KENTY • PROGETTI E FILOSOFIA PER LA CONSERVAZIONE DELL’ARTIGIANATO E IL COMMERCIO ETICO
La Kenty nasce 30 anni fa in seguito ad una serie di esperienze importanti di cooperazione internazionale (progetti MAE e CEE ) sul territorio in area centro e sudamericana e viaggi culturali in Africa e Asia.
Ho attraversato l’Africa dalla Tunisia al lago Tanganica in un lungo viaggio di 6 mesi con mezzi locali venendo a contatto con missioni umanitarie in numerosi paesi africani.
Ho partecipato come cooperante ad un progetto di formazione agricola finanziato dal Ministero degli Esteri con ACRA nella regione di Leon in Nicaragua negli anni Ottanta, nel quale abbiamo costruito una scuola (oggi Università di Agraria a Leon), realizzato formazione itinerante e corsi con permanenza in sede, supporto alle attività artigianali femminili, formazione di cooperative agricole, educazione sanitaria.
Successivamente ho partecipato ad un progetto triennale nella regione di Tarapoto in Perù finanziato da Europa e Ministero degli Esteri con CESVI dove abbiamo costruito una fabbrica di produzione di latticini, il progetto faceva parte di una serie di interventi in contrasto alla commercializzazione della coca e sostegno alle attività alternative (allevamento coltivazioni e produzioni artigianali). Il progetto è stato realizzato durante la guerra civile in Perù.
Lavorare in Perù ha consentito di entrare in contatto con le associazioni che seguivano l’immenso esodo andino degli anni Ottanta, dovuto alla guerra civile in atto, dalle montagne verso la pianura costiera peruviana.
La Kenty inizia quindi la sua attività nei pueblos jovenes della città di Lima, le immense baraccopoli nate sul deserto e popolate di rifugiati andini.
Vittime inconsapevoli, oggetto di massacri e torture, abbandonavano le proprie case e scendevano a Lima per sopravvivere. Divenivano immigrati sconosciuti nel proprio Paese perché era abissale la distanza tra le Ande e la costa peruviana, non solo in termini chilometrici ma soprattutto in termini sociali e culturali.
La Kenty, come molte altre entità locali, cominciò a lavorare con loro aiutandoli nella creazione di laboratori artigianali che potessero consentire la loro sopravvivenza in un ambiente ostile: un grande deserto fisico ed umano.
L’artigianato apparteneva alla cultura andina, era già elemento attivo della vita quotidiana di molti andini e accompagnava le attività agricole e quelle legate all’allevamento di alcuni camelidi di alta quota.
Abbiamo voluto creare dei circuiti commerciali per poter rendere possibile la vendita di prodotti artigianali realizzati con i pochi materiali di cui la gente disponeva: terracotta , lana, alpaca, pietra, cotone.
Il progetto iniziale aveva un nome simbolico: NON CI RESTA CHE LA TERRA.
Prefinanziandoli, aiutandoli a creare nuovi oggetti, lavorando sul design, rendendoli consapevoli della necessità di creare cose che potessero piacere ad altri popoli abbiamo salvaguardato la loro straordinaria abilità nel maneggiare la terracotta e salvaguardato il legame indissolubile con la loro storia.

Un grande lavoro che in 30 anni ha migliorato notevolmente la vita di molte famiglie in queste aree povere e difficili. Oggi la maggior parte dei nostri artigiani possiede una casa, è in grado di curarsi e ha potuto dare una educazione ai propri figli. Questo ha aiutato, se non risolto, anche un problema di integrazione in una società sostanzialmente bianca che non consentiva agli indigeni alcuna entrata se non i lavori di servizio.
Gli abitanti indigeni delle favelas, che oggi sono distretti di Lima organizzati (Comas, San Juan del Lurigancho, Puente Piedras, Chorrillo, Vitarte ed altri) generano un circolo virtuoso economico fondamentale per il futuro del loro Paese al punto che l’economista De Soto li ha definiti in un libro di grande interesse EL OTRO SENDERO.

Oggi le cose sono cambiate, abbiamo una popolazione multiculturale e multirazziale attiva ma resta una grande differenza tra le belle case coloniali di Miraflores e i quartieri popolari delle favelas povere ma dignitose con le loro piazze, i centri di salute, i mercati e le scuole.
Aiutare l’artigianato è diventato dunque il PROGETTO che abbiamo esteso ad alcune aree dell’Ecuador ma soprattutto in Indonesia e Tailandia, dove vi sono alcune regioni fortemente dedicate ai lavori artigianali.
Perché parlare di PROGETTO e ARTIGIANATO? Perché oltre all’agricoltura di sussistenza questa è l’area dove i popoli, con i propri strumenti riescono dignitosamente a guadagnarsi da vivere senza finire nelle filiere delle grande industrie o nelle grandi estensioni di produzione agraria dove divengono salariati e spesso sfruttati, costretti a lavori faticosi, generici e malpagati. Sradicati dai propri territori, lontani dalle proprie famiglie ed usanze, fagocitati spesso da esperienze di vita alienanti.
Perché un artigiano racconta la storia del proprio popolo, non è solo espressione individuale di bellezza ma canto corale, espressione comunitaria di un anelo popolare che parte dal basso: il grido di chi non è poco avvezzo a comunicare con la scrittura. Preservare l’artigianato, prefinanziandolo, lavorando nel design, aiutando i laboratori a consolidarsi e crescere, accertandosi che non lavorino minori e che chi lavora sia pagato dignitosamente, quello che la Kenty fa da 30 anni, è un atto sostanziale di sviluppo.
Negli ultimi anni si è rafforzato il PROGETTO ARTIGIANATO anche nel nord della Tailandia dove una storia ricca di incontri e commerci ha permesso lo sviluppo di una interessante rete di piccoli artigiani che fanno cose bellissime ma vanno sostenuti nella produzione.
Influenze birmane, laotiane, influenze delle popolazioni nomadi che qui si sono stanziate dei Mong e dei Lisu hanno reso le regioni del nord Tailandia aree ricche di cultura e di storia.
Anche in Tailandia il progetto consiste nel lavorare solo con piccoli e medi produttori artigianali senza alcun intermediario e garantendo un prezzo corretto, sviluppando congiuntamente articoli artigianali di design nel rispetto delle tradizioni locali.
Da alcuni anni la Kenty lavora assiduamente anche con gli artigiani indonesiani dislocati su varie isole del paese. L’Indonesia presenta un immenso tessuto di artigiani dovuto a una lunga storia di connessioni tra popoli diversi. Il clima straordinario, l’ampiezza delle isole poco abitate e la presenza di acqua e risorse hanno consentito lo sviluppo di molte civiltà autoctone che si sono mescolate con immigrazioni di ogni latitudine portando alla creazione di una straordinaria abilità artigianale estremamente complessa e raffinata ( basti pensare alla lavorazione del legno, ai prodotti in vetro soffiato, ai tessuti lavorati con la tecnica batik e all’intreccio delle diverse fibre vegetali).
Il progetto Indonesiano rispetta la nostra filosofia. Si lavora con piccoli e medi artigiani, dando preferenza a artigiani che provengono da isole sperdute e che si insediano in isole più sviluppate, si prefinanziano le produzioni e si lavora sui materiali e il disegno di nuovi articoli.
Gli artigiani di tutti i paesi in cui lavoriamo sono attivamente inseriti nelle loro comunità e svolgono importanti ruoli nella vita comunitaria definendo essi stessi cosa rendere prioritario nei propri distretti e nei propri villaggi in termini di investimento locale. Valorizziamo rapporti paritari e rispettosi che consentano una collaborazione efficiente e duratura nel tempo.

