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L’agricoltura e gli squilibri della logica distributiva

Vi siete mai chiesti come mai le mele locali di stagione sono più costose delle banane per tutto l’anno?

Perchè, pur se le grandi aziende iniziano ad interessarsi di sostenibilità, sono sempre maggiori i danni ambientali?

Queste sono solo alcune risposte che troverete nel recente studio “Who’s got the power? Tackling imbalances in agricultural supply chains” pubblicato dall’ufficio di advocacy FTAO.

Tra le evidenze:le grandi multinazionali della chimica e delle sementi (Monsanto, Synenta, Basf, Du Pont), i mediatori (Bunge, Cargill, LouisDreyfus), i grandi marchi manifatturieri (Mondelez, Nestlé, Mars, Danone, Pepsico) e i rivenditori (Tesco, Lidl, Metro Group) hanno creato dei “canali stretti” entro i quali i beni sono obbligati a transitare per poter raggiungere l’ultimo anello. Un “potere d’acquisto che gli conferisce un’enorme capacità d’influenza produttiva e di stabilimento dei prezzi”. La novità è rappresentata dell’estrema concentrazione verificatasi negli ultimi decenni.

“Questo studio -scrive nella prefazione Olivier De Schutter, co-presidente del Panel internazionale degli esperti sulla sostenibilità alimentare e Special Rapporteur Onu sul diritto al cibo- dimostra come siano più forti e concentrati di prima”.

Tra le filiere caratteristiche troviamo quelle della canna da zucchero, del caffè, del cacao, dell’olio di palma, della soia, della frutta e verdura fuori stagione e della frutta tropicale. Ad esempio il “mercato” della banana vede oggi 500mila produttori e solo 5 mediatori e 5 “maturatori”. Questi ultimi però -Fyffes, Chiquita, Dole, Del Monte, Bonita e pochi altri- guadagnano con il rivenditore oltre l’85% del valore della transazione, lasciando alla maggioranza numerica le briciole. Accade la stessa cosa nella filiera del caffè, dove ritroviamo lo strapotere dei “tostatori” di Nestlé, Mondelez, SaraLee, P&G -cui spetta oltre il 40% del valore- e tra i mediatori ECOM, VOLCAFE e Neumann Kaffee Gruppe.

È un imbuto che produce diseguaglianze, spopolamento delle comunità rurali, sfruttamento e volatilità dei prezzi. Un sistema che non funziona e che necessita di un approccio equo e solidale, come studi indipendenti citati nel report dimostrano.

Un cambio di paradigma che l’Unione europea, però, stenta a fare proprio, incentivando “competitività” e UTPs, ovvero pratiche commerciali scorrette, magari anche dal punto di vista fiscale -come peraltro ben mostrato dal report sui “capitali nascosti” curato dalla rete Eurodad.

Per approfondimenti trovate il report completo qui:

http://www.fairtrade-advocacy.org/ftao-publications/press-releases/press-release-2014/781-who-s-got-the-power-new-study-confirms-imbalances-in-agricultural-supply-chains

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