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Rana Plaza. Possiamo scegliere

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E’ passato un anno dalla strage del Rana Plaza, a Dacca, in Bangladesh. Cosa è cambiato, cosa non è cambiato e cosa si può fare per sostenere i diritti e la dignità dei quattro milioni di lavoratori del settore tessile nel paese asiatico. Il racconto di Valeria Girardi

In Bangladesh il 30 per cento del Pil nazionale deriva dal settore tessile: quattro milioni di lavoratori muovono un’industria di quasi 14 miliardi di euro l’anno. Un anno fa, il 24 aprile 2013, eravamo tutti al Rana Plaza, a Dacca, sotto la polvere di quelle macerie che anche a distanza di due settimane continuavano a vomitare i corpi – pochissimi ancora illesi – di quei 3.600 che si trovavano nell’edificio crollato; donne e uomini a quali, in primo luogo, l’umanità è stata negata.

 

Per settimane abbiamo fatto il conto di morti, feriti e dispersi durante i Tg. Della tragedia del Rana Plaza resta impressa la disperazione negli occhi delle donne avvolte in sari dai colori decisi che urlano il dolore di aver perso chi una figlia, chi il proprio sposo e la rabbia di un popolo sfruttato che non ha diritto a niente, neppure alla propria vita. Ma abbiamo fatto presto a dimenticare e quell’etichetta verde su una maglia di un noto marchio italiano tra i detriti non è stata che un ricordo lavato via veloce come una macchia di vino dalla tovaglia.

 

Poi lunedì 17 marzo nella puntata di Presa Diretta, 1.453.000 telespettatori hanno riaperto gli occhi sulle condizioni lavorative del paese dagli stipendi più bassi del mondo. Alla domanda della redazione sul perché Benetton non abbia aderito al fondo di risarcimento delle famiglie del Rana Plaza, Biagio Chiarolanza, amministratore delegato del gruppo, risponde:  “La nostra mobilitazione è stata immediata. Siamo stati fautori del tavolo di lavoro per il risarcimento delle famiglie creato insieme agli attivisti della Campagna Abiti Puliti e Brac” (Ong che dal 1972 si occupa di dare supporto economico alla fascia più debole della popolazione).

 

Sì, ma ad oggi quei soldi non li hanno ancora versati e Abiti Puliti è lì a ricordarcelo. Forse non sono stati tanto veloci come altri a cui è bastato un sacco da 10 chili di riso e poche monete per ritenersi assolti. Forse l’opinione pubblica è riuscita a bussare alla porta con un’arma potente come l’indignazione popolare che loro hanno meglio interpretato in danno di immagine e per discolparsi hanno chiamato in causa Brac.

 

Troppo facile tirare in ballo accordi con le Ong per pararsi le spalle. Così ho fatto un giro in rete. Brac la conoscevo solo in relazione ad Aarong,produttore del commercio equo e settore commerciale di Brac e che nel 1978 venne creata per dare modo alle donne più emarginate del Bangladesh di avere un ritorno economico dal lavoro in campo tessile e non solo. Se cercate in rete ci sono filmati sulle strutture in cui lavorano queste donne che non hanno niente a che vedere con le immagini del reportage: nessuna porta chiusa, nessun sovraffollamento, alle donne è permesso di parlare. Hanno dei diritti.

 

La t-shirt che esce da queste fabbriche all’importatore non costa 2,50 euro come al commercio tradizionale, perché Brac e Altraqualità, centrale di importazione del commercio equo italiana, grazie al dialogo diretto coi produttori corrispondono un prezzo equo che permette a 4.000 lavoratrici non solo di vivere, ma di avere una copertura sanitaria di base gratuita, di vedere riconosciuti i propri diritti sul lavoro, di poter dare un’educazione adeguata ai propri figli. In una parola gli viene restituita la dignità. Ma la stessa T-shirt in una Bottega del Mondo non costa più di quella di Benetton. Perché? Perché cambia il margine di guadagno per chi vende il prodotto: il 40 per cento per le Botteghe contro il… divertitevi a fare la proporzione.

 

E allora “cosa possiamo fare noi?” La risposta è tra le righe di un articolo di George Black, redattore capo della rivista OnEarth, che a luglio del 2013 è andato a incontrare una delegazione delle donne lavoratrici a Mirpur, vicino a Dacca. Alla sua domanda se non fosse sensato lanciare una campagna di boicottaggio, Jasmin, la leader del gruppo, risponde ridendo che ciò di cui hanno realmente bisogno è che l’opinione pubblica si mobiliti affinché venga assicurata la sicurezza sul posto di lavoro. La strada, dunque, è informarci e scegliere. Scegliere di mettere in discussione il modello di democrazia che stiamo esportando e trovare il modo di inceppare un meccanismo malato.

 

L’articolo completo, in inglese di George Black lo trovate qui.

Mentre potete informarvi e aderire alla Campagna Abiti Puliti  qui.

 

Via Comune-info.

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